Passo la serata insieme ad una decina di ragazzi di Sermide. Uno di loro che è giornalista, Giorgio Zerbinati, aveva letto un articolo pubblicato su La Stampa proponendomi di fare tappa da loro.
Praticamente un invito a nozze.
Siamo sul fiume, alla Nautica Sermide: una struttura che al posto delle fondamenta ha enormi serbatoi pieni di aria, in modo che quando il Po sale tutta la struttura si possa adattare al livello delle acque, salendo in verticale e scorrendo su quattro colonne metalliche.
È una bella compagnia di amici: uno di quegli ambienti calorosi e amichevoli che solo la provincia italiana sa regalare. Sono stanchissimo, mangio con voracità, discuto a fine cena a pochi metri dall’acqua che scorre e mi dirigo verso una branda che mi hanno preparato nella sala.
Sono ancora arrabbiato con me stesso per la benzina, sono in ritardo perché dovrei fare il pieno e controllare l’attrezzatura: non mi piace farlo prima di decollare, preferisco dedicare quel tempo ai preparativi, e a quest’ora tutto dovrebbe essere già a posto. Come se non bastasse mi accorgo che ho dimenticato la pompetta della benzina a Sissa: ne farò a meno, perchè oramai non posso tornare indietro.
Stendo il sacco a pelo e scopro che la bottiglia di olio che ci arrotolavo dentro si è aperta: è vero che non dovrei mettere l’olio dentro al sacco a pelo, ma non ci sono altri posti.
È passata la mezzanotte, tengo gli occhi aperti a fatica, domani non so dove andare, sono senza pompetta della benzina, il sacco a pelo è zuppo di olio e oggi sono rimasto a secco. Il viaggio sta prendendo una brutta piega e la cosa non mi piace. Cerco di verificare la tappa di domani, ma mi addormento come sotto anestesia, accompagnato dal ronzio dei neon.
La sveglia suona alle cinque, apro gli occhi indolenzito ed offuscato come dopo una sbornia. Dovrei andare a cercare un luogo idoneo per il decollo, sistemare il bagaglio ed aspettare Michele che arriverà alle sei. La sveglia continua a suonare, io a dormire.
Alle sei arriva Michele, salto giù dalla branda, mi lavo e saltiamo sul suo camion per andare a fare colazione: stamattina nessuna partenza garibaldina a digiuno, ma la nobile accoppiata di cappuccino e cornetto in compagnia. Nel tragitto cerco una destinazione che deve essere vicina: ho bisogno prendere tempo e dare una stirata alle brutte pieghe che sta prendendo il viaggio. Ne trovo uno a poco più di un’ora: non so di cosa si tratti ma ci sono una pista e un paesello, e questo mi basta eccome.
Ritorno alla Nautica di Sermide e adesso siamo in cinque. Sistemo il sacco a pelo unto, i ragazzi mi portano la benzina e non c’è modo di pagarla. Butto nel serbatorio tutto l’olio che mi è rimasto, e mi annoto che devo assolutamente trovarna altro, pena non poter volare.
Butto via la bottiglia: qualcuno lo nota.
Dopo una manciata di minuti Paolo compare con una confezione nuova e me la allunga.
Non è una questione di denaro, nè di moneta: è un gesto silenzioso e complice – come quello di ognuno di questi ragazzi – che vale come un bicchiere d’acqua nel deserto.
Sono partito con l’idea di volare sul Po, distante duecento metri sopra le teste della gente, e mi sono trovato a nuotare in un fiume di umanità.
Chiudo tutto, controllo, salto sul camion di Michele che carica l’attrezzatura. Non so ancora da dove decollerò, e sono preoccupato perchè non mi piace improvvisare un decollo. Ci dirigiamo verso una strada che guarda verso Est: la stessa direzione da cui proviene un alito di vento. Uno dei ragazzi mi dice che potrei decollare dalla strada, dall’asfalto, e per me manna per la corsa. Saluto i ragazzi, e mi preparo, ma mi accorgo di un dettaglio: decollare mi richiede diversi minuti per imbragarmi, stendere e preparare la vela, e io sto occupando una strada asfaltata, insomma: è pensata per farci passare le auto e non per far decollare un parapendio. Alzo lo sguardo con l’intenzione di discuterne, perchè preferirei non correre il rischio di trovarmi di fronte ad un innocente automobilista che si trova a passare di lì: per entrambi ci sarebbe qualcuno di troppo, ma sono io quello nel posto sbagliato.
Quando vedo i ragazzi la scena ha qualcosa di cinematografico, di quell’inconfondibile e innocente sapersi arrangiare della provincia italiana che sa aiutarsi, e che si attiva all’istante. Il camion da cui sono appena sceso è a centro metri da me, parcheggiato di traverso in mezzo alla strada blocca il passaggio a una vecchia Panda rossa. Il nonno che la guida ha un cappello in testa, le mani in tasca e guarda verso la mia direzione, con Michele che indica. Mi volto dall’altra parte e Mirco è anche lui in mezzo alla strada, a bloccare il traffico: non c’è nessuno da fermare, ma nella sua mano destra sventola una paletta, come quella dei carabinieri, e mi chiedo da dove sia saltata fuori.
Vivo un misto di gratitudine, di euforia e di simpatia nei confronti di questi ragazzi.
Do gas e corro, prendo velocità, la vela mi segue, ma aumenta anche lei la sua corsa. Nei comandi la sento vuota, mi supera leggermente, perde pressione e io sono in ritardo. Corro come sui carboni ardenti per recuperarla, lei è scarica e scarroccia a sinistra, la recupero ma continuo ad essere in ritardo. Oramai sono in piena corsa e dovrei prendere il controllo della vela, ma sono in ritardo di un’azione rispetto a lei. Mi conduce fuori dalla strada, verso destra. Lascio che sia lei a menare le danze, cerco soltanto di contenerla, diplomaticamente. Inizia a portarmi su, ma davanti a noi c’è un segnale stradale che non avevo considerato: puntiamo dritto su di lui. Preferisco lasciarlo alla sinistra: oramai la vela è carica e se faccio due passi in discesa, o mi lascio cadere dall’argine decollerò come si fa da pendio, senza motore.
La vela si carica, si prende la sua responsabilità e decolliamo, ma il palo è ancora lì e la controcoppia dell’elica mi spinge verso di lui. Do uno scossone ai freni, ci impenniamo un attimo e facciamo quota sui pioppi.
Mai più un decollo così: se ora perdo potenza non ho zone sicure, e planerei sugli alberi, o peggio nel fiume.
Viro verso i ragazzi e li saluto, vedo otto braccia che mulinano nell’aria e sono commosso.

L’aria è piena e rosa, il fiume divide il Veneto dall’Emilia. A sud Ferrara riposa sotto una candida coltre di nebbia che la nasconde dal cielo, a nord scorgo i primi rilievi. Questa mattina non uso la macchina fotografica: preferisco riportarecome posso le storie della gente che sto incontrando.
Vedo il fiume sotto di me e voglio vivermelo tutto.
Mi scopro come un bambino meravigliato che fissa un animale esotico in uno zoo. Mi guardo in giro, ho l’impressione di assistere ad una fotografia in movimento, un immagine che mi circonda e di cui mi disseto. Ieri sera ho chiacchierato con un giornalista di Modena. Abbiamo discusso sulle sensazioni di questo viaggio e mi sono trovato in difficoltà. Le emozioni hanno bisogno di una forma per essere espresse: una parola, una sintesi. Per per quel che mi riguarda è diffice sintetizzare in una parola soltanto il senso di appartenenza al mondo, quando lo osservi in solitudine ed in distacco, come ora. Ne sei distante fisicamente, ma lo vivi pienamente. Dovrei leggere più testi d’alpinismo, perché ho trovato molte similitudini, e forse identificherò anche questa, trovando un’espressione adatta.
Seguo il fiume, devio di qualche chilometro e raggiungo la pista sconosciuta, atterrando dolcemente. Il contadino della cascina accanto mi scambia per il forestiero straniero che ieri fa ha rubato del rame oltre l’autostrada, e ha un’aria ostile. Ho bisogno di qualche minuto per convincerlo, ma indicandogli il mio mezzo di trasporto riesco a dimostragli, oltre ogni ragionevole dubbio, che non ho molte possibilità di scappare con un carico di quel tipo.
Ridiamo.
Anche lui, sotto un gazebo, mi lascia una bicicletta: la inforco e mi dirigo al paese.
Penso a quando Mario mi ha fatto trovare una bicicletta al mio arrivo, e penso alla mia felicità di pedalare in una giornata primaverile lungo gli argini: riaffiora come un ricordo, ma si tratta di ieri.
Quando voli, soprattutto a causa della concentrazione, il tempo si dilata e le esperienze si amplificano. Soprattutto le prime volte: voli trenta minuti, scendi a terra e ti accorgi di aver ancora tutta la giornata davanti. Pensi di essere stato in aria per ore, ma hai trascorso il tempo di una pennichella. A maggior ragione in un viaggio come questo: vedi un film proiettato da una pellicola che normalmente scorre a ventiquattro fotogrammi al secondo, ma il tuo ne ha sessanta e scorre più veloce.
Alla fine hai trascorso lo stesso tempo, ma ti trovi con una bobina molto più ingombrante.
Al bar quattro pensionati chiacchierano e fumano, alla radio la voce nasale di Harry Nilson nel ritornello di Everybody’s Talking aggiunge una colonna sonora retrò al mio film. Ordino un caffè e un gelato, mi faccio preparare un panino e rientro.
Dietro alla pista c’è un lavandino: faccio il bucato e tento di sgrassare il sacco a pelo, c’è sole abbastanza per asciugarlo.
Mi stendo al sole e penso che oramai sono a pochi chilometri dal mare: tra poche ore sentirò l’odore di salsedine e volerò sul delta.

Lassu’ sembra tutto tranquillo
Te lo credo finche’ continuo a volare
Sotto sembra che ci sia una grande campagna
O dato che e’ buio potrebbe anch’essere il mare
Meno male che ci sono delle luci laggiu’
Pero’ nel buio mi ero quasi perduto
Poi sono un po’ stanco
Comunque manca solo un minuto
(Lucio Dalla)

Ciao Giorgio,
sono diventata una tua “fan” e ogni giorno non vedo l’ora di leggere le tue prodezze… In ufficio sei diventato argomento quotidiano, perché non facciamo un libro 😉
Scherzo!
Parliamo di cose serie perché non segnaliamo la tua impresa a Caterpillar? Quasi ogni sera trasmettono interviste a viaggiatori “speciali”. Cosa ne dici?
Un grandissimo in bocca al lupo.

P.S. Leggendoti mi è venuta in mente una canzone bellissima di Lucio Dalla che si intitola “Aquila”.

 

 

Grazie, bellissimo pensiero. Ci voleva.
Tuttavia questa mattina c’erano due fagiani sulla pista: non sono come aquile ma altrettanto belli!
Ciao!

Marianna

…..ho letto quello che ho visto, emozioni nel vedere, replica nel leggere.
Grazie Giorgione! (mi viene così, chiamarti Giorgione). Abbraccio——mirco

Ciao Mirco!
Nessun problema, non sei l’unico e nemmeno il primo a chiamarmi così!
È stato bello incontrarvi, ho tenuto i vostri contatti, quello di Giorgio e quello di Michele. Spero davvero di passare a trovarvi presto, con più calma. È se sarò in zona non mancherò.
Un salutone a tutti, a presto!

Mirco