Faccio di tutto per svegliarmi presto, poco prima dell’alba. Ho le gambe indolenzite dalla pedalata di ieri, la bicicletta era piccola e davvero scomoda; ma grazie a lei ho fatto sedici chilometri per mangiare, a piedi e con gli scarponi che ho addosso sarebbe stata ben più dura.
C’è la nebbia che mi piace, quella che in prospettiva cela la vista a metà altezza: vedi i campi, la base degli alberi, vedi le cime, ma la proiezione in verticale è interrotta da una fetta di nebbia ferma e quasi solida. Faccio il pieno, stendo la vela e preparo tutto. Oggi la pista è tutta di asfalto – una sottile striscia carrabile – sgombra da ostacoli. Mi alzo in un attimo e mi accorgo che nel frattempo la nebbia (che non è mai ferma ed immobile come sembra) si è spostata sopra di me. Non è densa e si intravede il colore del cielo all’alba. Decido di forarla con attenzione, disegnando una spirale sopra la pista, un disegno che sembra un cavatappi piantato nel campo adiacente, dove le schiene piegate stanno già raccogliendo gli asparagi. Non è la nebbia che conosco io, quella di novembre, densa e pesante. Mi accorgo che con un pò di quota posso vedere chiaramente dove non è ancora arrivata e non mi nasconde nessun ostacolo: è talmente bassa che non vedo il terreno ma si scorgono chiaramente alberi, case, tralicci, piccoli rilievi.
Volare sopra la nebbia è un’esperienza difficile da raccontare: tutto ciò che emerge non è più appoggiato a terra, ma galleggia su un tappeto di ovatta che lentamente si sposta dal mare verso il continente. E si vede chiaramente come si forma – questa mattina – la nebbia: l’aria arriva dal mare diretta verso il continente, incontra la terra – che durante la notte ha ceduto velocemente il calore accumulato nella giornata precedente – e raffreddandosi non può più trattenere l’umidità in eccesso, cedendola. E si vede chiaramente un punto, una linea di confine in cui l’aria raggiunge questa temperatura critica: oltre di essa, verso il mare, c’è l’acqua, il mare, le prime barche che lo attraversano. Da questa parte un’altro mare, sempre di acqua, ma un’acqua più sottile ed impalpabile, dove sembrano galleggiare gli alberi più alti, campanili, cascinali.
È un impasto di terra, aria, acqua (di fiume, di mare, di nebbia) e di cielo. È tutto insieme.
La faccia mi pizzica: sono sei giorni di sole, almeno venticinque / trenta ore per aria, la pelle ora si sta seccando e tira.
Punto dritto verso la sacca degli Scardovari. Il delta è ricco di sacche: vere e proprie saccocce dove l’acqua del fiume si raccoglie prima di mescolarsi all’acqua salata. A volte sono sorgive, da cui l’acqua permea lentamente dal fondale, quindi non è raro trovare casolari o strutture in muratura, una volta raggiungibili a piedi, ora circondate dall’acqua.
Costeggio tutta la costa che mi è possibile e ho configurato la vela in modo da avere la massima autonomia oraria possibile. Sta arrivando una perturbazione: da oggi pomeriggio probabilmente non si potrà volare per almeno tre giorni. Non devo macinare chilometri, ma centellino l’ultimo boccone minuto dopo minuto.
Mi dirigo verso il Po di Goro, c’è il ponte di chiatte, la casa sull’acqua e in fondo il faro (scoprirò poi che Giancarlo gestì quindici anni fa questo ristorante: ieri sul mare oggi per aria, ha sempre riempito la pancia a naviganti).
Sarà un luogo comune romantico, ma il mio viaggio simbolicamente finirà laggiù. È Finisterrae, l’ultima bava di terra, oltre al quale solo sfumature di celeste separano il cielo dal mare, disegnando l’orizzonte. Sorvolo il faro lasciandolocinquanta metri sotto di me. Chiudo gli occhi, do gas a manetta e conto fino a venti. Quando li riapro sono nel blu: oramai vedo acqua e cielo, la terra è finita e non c’è più traccia. Davanti a me un’immagine di e ternità: quello che vedo ora è così oggi, lo era ieri, così come lo era mille anni fa e sarà per sempre. Sono io quello fuori luogo, con un’età, un pensiero, una tecnologia dietro alla schiena. Non valgo nulla di fronte a ciò. Non sono niente. Per quello che mi riguarda, nel mio piccolo, ciò che ho davanti agli occhi è l’assoluto.

Viro di cento ottanta gradi. Poi una seconda volta, e smaltisco la quota per atterrare di fianco al faro. La spiaggia è sempre più grande, il motore spento, i cordini fischiano tesi nell’aria. Un gabbiano sbatte le ali e si allontana, io plano poco più in là e mi appoggio, soffice, sulla spiaggia. Finisterrae: il fiume che era torrente ora alimenta il mare

Mi preparo, gonfio la vela, decollo.
Faccio quota e guardo la spiaggia sui cui sono appena stato, soffermandomi sui segni di questa ultima passeggiata: le tracce compaiono all’improvviso, insistono attorno ad una zona precisa per poi riprendere in una corsa verso una direzione precisa.
Sono sempre più leggere, sempre più soffici.
Fino a sparire.

E così, Giors, da domani ci lasci soli, da domani. Eravamo abituati alle tue quotidiane parole, ai tuoi appuntmenti, alla poesia fra cielo e terra che hai saputo offrire seguendo un fiume dalle sorgenti allo sbocco sul mare. Io vorrei ringraziarti personalmente e sperare che la bellezza della solitudine di cui spesso si è parlato seguendo le tracce di un altro viaggiatore che abbiamo amato e che ameremo sempre, ti abbia concesso pensieri nuovi e nuove parole per altri viaggi dell’anima. Perchè questo, sono sicuro, è stato un viaggio dell’anima. Poi, come sai, tutte le terre del mondo e tutte le strade si concludono sul mare.
Grazie.
Renzo

ciao Renzo
ciò che speri è stato raggiunto, il cielo si è aperto per sei giorni e poi si è richiuso, lasciandomi il tempo necessario per il mio programma.
Un pò come sosteneva quel viaggiatore, che diceva che la montagna non la raggiungi, nemmeno la conquisti, ma è lei che ti apre una via, ti dà modo di percorrerla e devi ringraziarla.
Così è stato anche per per me: ho seguito una via di acqua e il cielo sopra di lei si è aperto e mi ha fatto passare, io dalla mia parte ho cercato di non forzare mai la mano.
Siamo andati d’accordo, ho sfruttato a mio favore i mutevoli equilibri della metereologia, ed alla fine posso dire di essere arrivato, grazie al cielo.

Renzo

Mi sono letto tutte le sere i tuoi commenti di volo immaginandomi alla guida del tuo paramotore (io, da buon parapendista, quando è finito il buono scendo e basta, senza seconde opzioni…). E immaginandomi anche i tuoi pellegrinaggi in bici o a piedi dai luoghi degli atterraggi, ai luoghi dei ristori ai luoghi del riposo. Mi piacerebbe confrontare un giorno queste mie impressioni con le tue parole dal vivo. Buon ritorno e a presto! Dario

 

Ci vedremo presto Dario. Ci confronteremo a dovere all’aria aperta e sotto il sole, oppure davanti ad una tavolone di legno sbeccato, in ogni caso – scusa il luogo comune ma per me vorrebbe essere così – davanti a due fette di salame ed un bicchiere di vino. Magari osservando un cumulo primaverile appena formato: tu immaginerai di infilartici sotto, io lo guarderò con ammirazione aspettando che si disfi per ripartire.
A presto.

Dario, Il Tuo Contenuto Va Qui

bravo.

Gianmaria